Giorno 2 - Parte 3

Kirkjubæjarklaustur e il Fjaðrárgljúfur Canyon

Giorno 2 – Parte 3 – Kirkjubæjarklaustur e il Fjaðrárgljúfur Canyon
IN STRADA DA Vik A Kirkjubæjarklaustur

E’ tempo di ripartire e mettersi in strada. Fra Vik e Kirkjubæjarklaustur grandi formazioni rocciose coperte di licheni accompagnano per decine, centinaia di chilometri, la strada percorsa e formano un tappeto maestoso che si estende a perdita d’occhio. Le pietre che lo compongono sono strane sfere di diametro importante, qualche metro almeno, e di non minore peso, che mal si immagina come possano aver avuto origine. Si può supporre che siano state levigate dall’azione della pioggia ma è poco giustificabile come possano essere disposte su più strati, come possano essere lisce e levigate su ogni lato, come possano coprire il suolo quasi fossero uno strato di zucchero su di esso spolverato. Il viaggio continua ignaro e la strada diventa emblema dell’incessante desiderio di conoscere, di scoprire, di tentare, spesso senza successo, di fermare in uno scatto l’incredibile che il Pianeta ci riserva.

Fjaðrárgljúfur Canyon

Come biglie rotoliamo sulla nostra pista di asfalto finché, attoniti, non dobbiamo fermare l’auto. Alla nostra sinistra la Terra è ferita, una cicatrice si apre su di essa, dove arriva lo sguardo, appena oltre il tappeto di mastodontici sassi. Uno squarcio si apre nella superficie levigata delle colline. Una gola nel nulla, una formazione che difficilmente si può immaginare formata dall’azione dell’acqua che siamo abituati a conoscere, una azione laboriosa e incessante ma delicata e fluida. Qui è completamente diverso: la pelle della Terra sembra essere stata graffiata da un artiglio affilato, da un uncino che l’ha squarciata, lasciando che poi l’acqua deviasse il suo corso al fine di riempire quel facile giaciglio. Stiamo osservando da lontano il Fjaðrárgljúfur Canyon. Null’altro resta da fare che avvicinarsi e andare a scoprire cosa si cela in quella profonda ferita. Sferzati da una pioggia ormai battente saliamo sui bordi sfrangiati di quella spaccatura e lo spettacolo è a dir poco incredibile. Pareti lisce, totalmente verticali, che si aprono allo sguardo su una confluenza fra due flussi d’acqua impetuosi. Acqua da ghiacciaio, azzurra e gelida, che vortica, lotta per farsi la sua strada e poi si placa, sul fondo del canale principale, migrando pacifica verso l’oceano. Il vento è insopportabile. Diventa pericoloso avvicinarsi ai bordi, camminare sul piccolo sentiero che porta su una punta rocciosa capace di aprire la vista sul maestoso spettacolo sottostante.

Non è dato andare troppo per il sottile, l’acqua cade, il vento soffia ma il desiderio aumento. In punta alla roccia, per il minimo tempo necessario a piazzare il cavalletto, affondandolo sul friabile strato di torba e muschio zuppo, con il cuore che batte forte ma il respiro che rallenta al massimo, quasi a non voler violare l’equilibrio di quel posto, Fermo quel momento nello scatto, allontano nei ricordi il fragore di quell’acqua tumultuosa e resto onorato di aver avuto accesso a quell’angolo incantato.

Qualche nota dal web:

Fjaðrárgljúfur Canyon è un incredibile canyon formatosi 9000 anni fa e si trova ad ovest di Kirkjubæjarklaustur. Il fiume Fjaðrá può essere osservato scorrere in fondo al canyon, protetto dalle pareti verticali di oltre 100 metri. Un percorso consente di camminare in prossimità delle pareti e ammirare l’opera di Madre Natura.
L’eruzione del Katla sarà probabilmente ciò che causerà i maggiori problemi agli Islandesi nei prossimi anni. Questo vulcano, particolarmente attivo, è lungo 30 km e sepolto in profondità sotto il ghiacciaio Myrdalsjokull. In passato ha eruttato un paio di volte ogni cento anni, con l’ultima eruzione risalente al 1918 e quindi una imminente eruzione è attesa a breve. Si prevede che quando erutterà, l’esplosione iniziale sarà seguita da giorni in cui pioverà cenere venefica, si alzeranno nubi di tefrite, i lampi squarceranno il cielo e lo scioglimento del ghiacciaio provocherà inondazioni improvvise.
Di fronte alla zona di Vik, sorge un gruppo di isole la cui storia recente è piuttosto inusuale: senza alcun preavviso il 23 gennaio del 1973 una potente esplosione ruppe il silenzio della notte invernale di Heimaey mentre una fessura vulcanica di 1,5 km si apriva sul lato orientale dell’isola. In breve si formò il cratere conico da cui zampillava lava e fuoriusciva cenere. I pescherecci non erano usciti in mare a causa del forte vento e solo per questa casualità si poté usare l’intera flotta per evacuare l’isola limitando la perdita umana a una sola su 5200 abitanti. L’isola venne flagellata per cinque mesi, con 360 case abbattute, la formazione di una montagna e l’aumento di superficie dell’isola di 2,5 kmq. La lava graziò, dopo innumerevoli sforzi di contenimento da parte dei vigili del fuoco, il porto, salvando così l’economia della piccola isola. Furono sempre i pescherecci, o meglio il peschereccio Isleifi, che nel novembre del 1963 vide il mare a sud di Heimaey andare a fuoco. Si avvicinò per controllare e gli uomini dell’equipaggio assistettero per la prima volta alla nascita dell’isola più giovane del mondo. Un’eruzione sottomarina lunga 4 anni e mezzo formò l’isola di Surtsoy, con 2,7 kmq di terreno edificabile, oggi attaccato ed eroso dalla forza sconfinata del mare.

Le rocce arrotondate, lo zucchero a velo come è stato chiamato, che punteggiano il terreno per centinaia di chilometri, sono, stando a quanto apprendiamo più tardi da un cartello informativo, pietre scagliate a decine di chilometri di distanza da una terribile eruzione che sembra generò gli anni bui del Medioevo. L’eruzione della fine del 1700 coinvolse il vulcano Laki e il Grimsvotn e scagliò in aria (e poi al suolo) la maggior quantità mai testimoniata di roccia, tephra e acido solforico, tanto da sterminare gran parte della popolazione e del bestiame Islandese ma anche da influenzare il clima mondiale in modo assolutamente terribile e tangibile.

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